Elio Castellana in mostra alla Galleria Gallerati di Roma

Intervista a Elio Castellana per la sua nuova mostra a Roma alla Galleria Gallerati per il progetto "Lungo quel tratto di costa"

Foto di Elio Castellana

Alla Galleria Gallerati di Roma, dal 3 giugno al 4 luglio, sarà esposto Lungo quel tratto di costa, progetto di Elio Castellana a cura di Claudio Libero Pisano. Una ricerca che l’artista salentino ha portato avanti nella sua terra d’origine, la Puglia, partendo dalla documentazione fotografica del paesaggio della spiaggia di Cerano, a pochi chilometri da Brindisi, giungendo infine a degli interrogativi che investono la natura umana

Come nasce il progetto Lungo quel tratto di costa?

Lungo quel tratto di costa è nato in un modo trasversale. Era il 2018, stavo lavorando da poco più di un anno a un progetto fotografico realizzato insieme a mio padre, a quel tempo ottantottenne, e dedicato a mia madre Livia, venuta a mancare nel 2016, Fake Error Landscapes. Si trattava di una ricostruzione immaginifica, attraverso la fotografia, dei luoghi d’infanzia della mia terra d’origine, la Puglia, con un metodo di ripresa molto particolare basato sul cosiddetto “errore fotografico”. Durante la fase di scatto mio padre teneva sospesi davanti all’obiettivo alcuni oggetti appartenuti o utilizzati in vita da mia madre. Il risultato era una serie di immagini interstiziali, sospese fra realtà e illusione ottica in cui il tempo, lo spazio e il dolore si trasfiguravano in un mondo pronto a rinascere a   un più alto livello di esistenza. Arrivai dunque sulla spiaggia di Cerano per scattare, accompagnato come sempre da mio padre. Ma una volta lì, fui folgorato dalla particolarità di un luogo che avevo sempre dato per scontato, e che mi si rivelava, in quel momento, in tutta la sua magnificenza: una chiara e deserta spiaggia sabbiosa, variegata di residui di catrame e orlata per chilometri da una falesia, alta circa dieci metri, di terreno argilloso di un colore che va dal giallo all’arancio più intenso, al terra di Siena bruciata, soggetta a continui smottamenti e frane. Da quel momento in poi ho sentito la necessità di tornarci tutte le volte che potevo, per anni, senza aspettative precise, ma perché sentivo che quel luogo primordiale, per sua stessa natura mutevole e di enorme potenza visiva, aveva qualcosa di diverso da dirmi.

Il tuo progetto indaga il paesaggio pugliese, attraverso il mezzo fotografico, ma non è una semplice documentazione fotografica. La tua ricerca, infatti, si avvale di una resa anche informale e concettuale. Come le diverse anime del tuo lavoro dialogano?

Inizialmente ho cercato di comprendere, attraverso un metodico fotografare, che cosa potesse significare quel concetto squisitamente umano di “paesaggio”, almeno per come lo si è sempre inteso in occidente. Ma sentivo che il moto propulsivo del mio fare non era legato a un’interpretazione autoriale del paesaggio pugliese. C’era in gioco qualcosa di infinitamente più grande: come può un luogo qualsiasi diventare paesaggio? Come posso restituire attraverso la “macchina artistica” quel mondo nel quale ero immerso con il mio corpo, con i miei sensi? Ho intuito che quel confine fra naturale e culturale, fra umano e non umano, così spesso dato per scontato nella cultura contemporanea, non è così netto come si vuol far credere. È stato a quel punto che ho deciso di raccogliere e riplasmare quelle pietre e quei frammenti, attraverso un progetto che restituisse la meraviglia dell’essere presente, lì, in quel momento esatto, e in quel preciso luogo (o in qualsiasi altro luogo).

Le immagini della natura costiera salentina rappresentano per te l’archetipo di un discorso più ampio?

Per come la vedo io ognuno di noi ha un suo “luogo del cuore”, una sua immagine archetipica. E solitamente si tratta di elementi legati alla nostra infanzia. Può essere un luogo, un odore, o un sapore, come nel famoso caso della madelaine che segna l’incipit di quella meravigliosa cosmogonia che è La Recherche di Marcel Proust. Queste impressioni infantili sono come dei marchi, delle ferite, delle impressioni che si verificano in uno stadio primitivo non ancora guidato dalle categorie linguistiche che andremo acquisendo nel corso del nostro sviluppo cognitivo. Ecco, la mia madelaine è stata la spiaggia di Cerano. Certo, a questo bisogna aggiungere che nulla accade per caso. Una volta partito, il mio lavoro di ricerca non si è limitato alla ricognizione fotografica, ma si è esteso agli aspetti naturalistici e geologici del luogo. E così ho scoperto, grazie all’aiuto di geologi e ingegneri del paesaggio, che quei territori risalgono al periodo del Pleistocene – periodo in cui compare l’homo sapiens – e l’Olocene, che ancora stiamo vivendo. Ma soprattutto ho scoperto che quella spiaggia, teatro innocente della mia infanzia, non è mai stata la stessa. Ogni anno, infatti, la spiaggia è sostituita da nuove spiagge effimere, risultanti dallo smantellamento erosivo della falesia retrostante costituita da materiale calcarenitico e argilloso.

Quali sono i riferimenti culturali del tuo lavoro? Ci sono degli artisti che hanno ispirato la sua costruzione?

In un senso paradossale, ma non troppo, il riferimento culturale del mio lavoro è la natura. La natura con il suo inarrestabile moto trasformativo, in cui la materia passa senza sosta da una forma all’altra, da uno stato all’altro, senza soluzione di continuità, senza nascita e senza morte. Da questa stupefacente immanenza noi umani siamo tagliati fuori dal linguaggio, che pur essendo una funzione geneticamente propria dell’homo sapiens, segna in qualche modo un abisso ontologico invalicabile, che possiamo soltanto aspirare di colmare, per esempio attraverso l’arte. L’uomo è condannato a non poter creare la natura. E di questo dilaniante scollamento sono stati testimoni con le loro mirabili opere artisti come Andrej Rublev, Beato Angelico, o il regista Andrej Tarkovskij. Ecco, se proprio devo pensare a qualcosa che ha influenzato la costruzione di questo lavoro potrebbe essere, per assurdo, la cattedrale romanica di Trani per il delicato equilibrio fra i materiali, la tecnica e i volumi, ma soprattutto per il sacro chiarore naturale della pietra locale con cui venne sapientemente edificata.

Il sito industriale di Cerano e le problematiche connesse con l’impatto ambientale appartengono alla memoria storica del Salento. Questa vicenda che ha così coinvolto l’opinione pubblica negli anni Ottanta è presente sottotraccia nel tuo lavoro?

Più che il mio lavoro, questa vicenda ha segnato la mia infanzia. Ricordo che all’inizio degli anni Ottanta a Lido Cerano, che era lo stabilimento dove la mia famiglia prendeva in affitto una cabina per la stagione, ogni tanto passavano dei personaggi estranei agli abituali frequentatori del lido: donne in topless o ragazzi con barbe incolte e con i dreadlocks, interamente cosparsi di argilla gialla che portavano in mano indecifrabili cartelloni. Ai miei occhi di bambino queste apparivano come creature fantastiche, estranee ma allo stesso tempo affascinanti. In realtà erano ecologisti ante-litteram, spesso provenienti dal nord Italia, che protestavano contro quell’eco-mostro, tentando di sensibilizzare la comunità locale all’autodeterminazione e alla protezione paesaggistica. Ma i tempi erano acerbi per queste cose, i miei compaesani non recepirono il messaggio e la centrale fu costruita senza grossi ostacoli. La sua presenza oggi giganteggia lungo quel tratto di costa. Il mio lavoro rispetto alla sua imponenza è stato quello di offrire una visione alternativa e alla portata della nostra natura di animali parlanti.

L’allestimento delle immagini in mostra rimanda all’arte sacra. Perché? Che collegamento c’è tra il loro contenuto e significato e questo rimando?

Lungo quel tratto di costa non è né un reportage autoriale, né un esercizio estetico o concettuale. Ecco perché il suo allestimento non poteva assumere stilemi già noti.
Quello che ho voluto intensamente, anche a costo di notevoli e dolorose operazioni di sottrazione, è stato costruire Lungo quel tratto di costa come un “evento”. Un evento che aspirasse all’immediatezza della percezione e che riecheggiasse l’esperienza del sacro, intesa non come un fatto religioso, ma come fenomeno squisitamente bio-logico. Siamo erroneamente portati a pensare al sacro come a qualcosa di trascendente, di metafisico, ma, se ci pensiamo bene, è con i sensi che noi esperiamo il sacro. Esso è come un appuntamento inaspettato con ciò che sfugge al nostro controllo razionale sull’”altro da noi”, come quando in un volto, pur familiare, si palesa, d’un tratto e con violenza, la meraviglia dell’incomprensibile, l’essere nella sua irriducibile molteplicità. In questo senso Lungo quel tratto di costa può intendersi come un’installazione sacra, concettualmente pluridimensionale, percettivamente aperta, materialmente espansa. Le due diverse anime a cui alludi, il particolare (o circostanziale), da una parte, e l’universale, (o concettuale dall’altra), sono semplicemente due diversi livelli di manifestazione dell’essere. Sta a noi coglierli entrambi praticando una modalità di attenzione sensoriale mobile e aperta.

Elio Castellana

Lungo quel tratto di costa

A cura di Claudio Libero Pisano

Galleria Gallerati (Via Apuania, 55 – Roma)

Inaugurazione: giovedì 3 giugno 2021, ore 19.00-22.00

Fino a domenica 4 luglio 2021

Orario: dal lunedì al venerdì: ore 17.00-19.00 / sabato, domenica e fuori orario: su appuntamento

Ufficio stampa: Francesca Orsi, francesca.orsi@gmail.com / 348 5238868

Informazioni: info@galleriagallerati.it, www.galleriagallerati.it, www.eliocastellana.com

Ho fondato Fotografia Moderna nell'estate del 2015 per dare una nuovo volto alla community di fotografi italiani. Iniziata come passione è diventato in poco tempo uno dei portali più cliccati d'Italia arrivando a raccogliere più di 1 Milione di visitatori nel 2019 e quasi 2 Milioni di utenti nel 2020. Cerco sempre notizie che possano interessare gli appassionati di fotografia, mi diverto a fare recensioni di attrezzature fotografiche, lezioni e consigliare con le guide all'acquisto alle migliori alternative sul mercato.

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