Il gioco del biliardo matematico con fotografie famose

Un nuovo gioco con le fotografie per i cultori di geometria di Gaetano Barbella

Gioco del biliardo

Si inventano tanti giochi, spesso da indovini, i più strani e disparati, e il più delle volte ricorrendo a problemi risolti con la matematica, un’occasione didattica molto utile e dilettevole. Ecco, il gioco del biliardo matematico con le fotografie è uno di questi. Tanto più che il gioco del biliardo è noto a tutti e molti persone fra giovani e adulti lo praticano.

E allora cosa è il biliardo matematico? Si tratta di una importante didattica della matematica che, nel nostro caso, è la fotografia a fare da tavolo di gioco. Si inizia stabilendo la traiettoria da far fare ad un immaginaria bilia, cioè il suo percorso, che è come nel gioco del biliardo col riflettersi sui lati della fotografia (le sponde) secondo la legge dell’ottica.

L’angolo di impatto è uguale all’angolo di riflessione, questa è la regola. Ma a differenza del gioco reale, si considerano due traiettorie per lo stesso punto di partenza, una inversa all’altra, che corrispondono al gioco dei due avversari come visti allo specchio. Due sono i risultati: o le due orbita determinate dai percorsi inversi della bilia immaginaria, arrivano entrambe in due angoli della fotografia, non necessariamente nello stesso momento;  oppure le due orbite si incontrano e così poi proseguono per incontrasi di nuovo, e poi ancora, ancora senza mai fermarsi. Si comprende che nel primo caso il responso è positivo e nel secondo caso è negativo ed è come fare il gioco della carta pari o dispari da scegliere. Ma si vedrà che nel gioco del biliardo matematico, applicato alle fotografie, si creano delle sfumature che permettono di allestire un ragionamento da psicanalisti, abbastanza da fare da contorno all’esito della geometria del biliardo matematico, cioè in “buca” o no, usando il gergo del gioco reale.

Detto questo, e compreso in che consiste il gioco del biliardo matematico, si ha modo di capire la sua potenzialità rivolta al tema rappresentato dalle fotografie. Così facendo si rivelano segreti nascosti che possono emergere per dare responsi illuminanti. Questo gioco serve per scoprire una ipotetica verità celata nelle fotografie che sembra trapelare, ma con incertezza. Quasi che sia la macchina della verità, per esempio quella usata per i casi incerti della Giustizia degli U.S.A.

Mi propongo di esaminare vecchie fotografie, alcune delle quali sono le prime foto storiche quando era appena stata stata inventata la macchina fotografica.

Attenzione, occorre seguire una regola fodamentale che è di non alterare il formato (in pixel) della fotografia scelta.

Come è nata questa idea del “biliardo matematico” per le fotografie?

 Il caso della Meridiana Grande di Renato Ausenda

Tutto è cominciato nell’impatto di una fotografia di un’opera d’arte, considerato la mia forte inclinazione per il disegno e la geometria…

Si tratta della fotografia di una scultura eseguita da un noto artista di Bajardo (IM), Renato Ausenda e l’opera ha per titolo «La Meridiana Grande»

Mostro, con l’illustr. 1, la foto relativa e successivamente, con l’illustr. 2, la si vedrà elaborata con una geometria che, notoriamente (in matematica), è chiamata “biliardo matematico”. Nulla cambia rispetto al noto gioco del biliardo, solo che la bilia è immaginaria e conta la sua traiettoria e le relative riflessioni che, nel caso della suddetta Meridiana Grande, si determinano sui lati del quadrato della scultura. Si sa che l’angolo di riflessione è uguale a quello riflesso e solo questo conta.

Premetto che lo scultore della Meridiana è un profondo ed assiduo studioso delle concezioni filosofiche dello psicanalista Carl Gustav Jung e particolarmente dei suoi mandala. Vedremo poi che questo ha una rilevanza che conferma l’esito della mia ricerca grafica che ora andrò a esporre.


Fonte: https://albertocane.blogspot.com/2006/10/dove-sparita-la-meridiana-grande.html

e https://www.spaziofatato.net/geometria-occulta-la-meridiana-grande-di-renato-ausenda-gaetano-barbella/

In premessa, da parte mia, mi ritengo un disegnatore “virtuoso”, nel senso di possedere una “vista penetrante” per le cose geometriche, e così è stato con la foto della meridiana di questo singolare scultore.

Infatti ho subito intuito che cosa fare, poiché nell’enorme squadra in mano all’artista Renato Ausenda, mi è parso di intravedere la stecca di un giocatore di biliardo disposto a iniziare questo genere di gioco.

Naturalmente, è la sua opera scultorea a forma di quadrato, il tavolo di gioco, ma con la differenza che si tratta di due tavoli, uno per l’interno della cornice è l’altro per l’esterno relativo. Così anche per la stecca che invece sono due, una relativa al lato superiore della squadra e l’altra relativa al lato inferiore.

In un baleno mi son dato da fare a tracciare sulla copia della foto suddetta, un sintetico grafico col quale la meridiana, come anzidetto, è vista come un biliardo su cui si sta giocando una partita.

Poi, dopo averla scansionata, l’ho trasferita sul computer tracciando a ricalco con i colori, le linee fatte a matita.  Ed ecco bella e pronta la nuova immagine della Meridiana Grande con l’illustr. 2.

Risulta così che lo scultore, che si vede nella foto in questione, fa la parte di un fenomenale giocatore di biliardo e la sua enorme squadra di lavoro, diventa una “duplice” stecca per giocare.

E qui succede, come dire, il finimondo, nell’osservare due magici percorsi determinati dalla punta della stecca manovrata dallo scultore-giocatore, segnati con i colori rosso e blu. Insomma si ha modo di ammirare meravigliati, in due fasi indipendenti fra loro, un funambolico gioco di sponda nel doppio quadrato della meridiana.

Con la traccia rossa si vede rimbalzare sulle sponde più esterne della meridiana-biliardo, un immaginario “pallino” per ben sette volte per poi ritornare al punto di partenza. Con la traccia blu, un altro immaginario “pallino”, partendo dallo stesso punto di prima, ma di lato, si vede rimbalzare sulle sponde interne della cornice della meridiana-biliardo, anche questa per ben sette volte, per poi indirizzarsi all’angolo in basso a destra del quadrato interno.

Non è meraviglioso tutto questo? A questo punto non si può affermare che la foto sia truccata, tanto più che nessuno se n’è mai accorto fin’ora sul web sin dal 2006, quando è stata pubblicata su internet [rif.to cfr. 1], ed io sono il primo ad aver visto il potenziale intimo segreto racchiuso nella foto. A questo punto come spiegarlo?

Però, riflettendo bene non si può evitare di supporre che sia un caso contemplato nel principio di “sincronicità” ipotizzato da Carl Gustav Jung, come ad aver voluto rilasciare, da un’ipotetica ignota profondità occulta, la misteriosa firma specifica con il grafico del “biliardo matematico”. Si tratta della relativa coincidenza significativa nel preciso istante in cui il fotografo scatta la foto, con l’evento grafico che si vede nell’illustr. 2, cosa che non si poteva assolutamente predisporre. Però dal punto di vista di Jung, si sa che le sue teorie in proposito esulavano dal lato pratico, cioè egli parla di sincronicità per identificare tutti quei fenomeni influenzati da una correlazione psichica prima dell’avvenimento degli stessi sul piano materiale, i quali successivamente si manifestano assieme in modo istantaneo su di esso. Ma nel caso in esame come e dove collocare la correlazione psichica prima dell’ipotetico avvenimento? E poi a rimarcare questa correlazione, per certi versi chiaramente junghiana, è il fatto che l’autore dell’opera in questione, Renato Ausenda è un profondo cultore, dei suoi noti mandala cui si è ispirato nell’eseguirla: altra coincidenza junghiana! A questo punto la mia curiosità è stata di verificare se altre fotografie potessero manifestare le analoghe cose emerse, appena espresse col caso della «Meridiana Grande», naturalmente allestendo il solito grafico del “biliardo matematico”. Ma per far questo, in più, occorrerà intuire le “linee guida” che fanno da stecca del biliardo convenzionale che potrebbero essere accostate a peculiari “codici d’accesso” o anche “password” dell’informatica. Poi si vedrà anche che il tavolo di gioco, che normalmente può essere un quadrato o un rettangolo, invece si sceglie che sia – mettiamo – un trapezio, perché lo suggerisce una ravvisata “linea guida” trasversale da tener da conto.

La Prima Fotografia storica di Parigi è anche la prima in cui compaiono degli esseri umani

Riporto di seguito ciò che viene detto da Matteo Rubboli, nel sito web vanillamagazine.it[1], sulla prima fotografia storica, naturalmente senza alterarne il formato. Questa è la condizione fondamentale per il gioco del biliardo matematico che stiamo iniziando a fare.

<In un’epoca in cui chiunque conosce la parola “selfie” e dove l’immagine personale è stata completamente sdoganata da numerosi canali di condivisione a livello mondiale, è facile dimenticare che ci fu un periodo in cui gli esseri umani non venivano fotografati. La prima fotografia a degli esseri umani, che fu anche la prima della città di Parigi, fu scattata da Louis Daguerre, l’inventore del famoso “dagherrotipo”. Daguerre finalizzò un’idea di Joseph Nicéphore Niépce e di suo figlio, riuscendo a ottenere un processo di sviluppo dell’immagine che, anche se assai complesso, contribuì in modo decisivo alla diffusione della fotografia a livello mondiale.

L’impressione dell’immagine fu realizzata da Place de la République, guardando verso sud in direzione di Boulevard du Temple. I caratteristici tetti di Parigi rendono il luogo della fotografia immediatamente riconoscibile, anche se sono passati quasi due secoli dalla data dello scatto. L’immagine venne infatti realizzata nel 1838, ed è considerata dagli esperti come la prima fotografia di Parigi. Le strade sembrano però essere completamente vuote, circostanza assai strana anche per quel periodo storico.


Fonte: https://www.vanillamagazine.it/la-prima-fotografia-di-parigi-e-anche-la-prima-in-cui-compaiono-degli-esseri-umani/

A causa della lunghissima esposizione necessaria all’impressione dello strato d’argento, tipico della dagherrotipia, le persone che transitarono non rimasero impresse, e sono quindi fantasmi nell’immagine.

Daguerre riuscì a immortalare due uomini nella lastra, un lustrascarpe e un suo cliente che si trovavano all’angolo della strada. I loro nomi non sono conosciuti con certezza, ma diverse fonti riportano che il cliente fosse l’assistente di Daguerre, il quale volontariamente stette a farsi lustrare le scarpe per un periodo lunghissimo, in modo da rimanere impresso nella lastra insieme al lustrascarpe.

La vanità  non è mai paga, si rigenera guardandosi allo specchio

Ho appena riportato, col titolo di questo capitolo un detto di Anna Maria D’Alò che ho ripreso dal web al sito Pensieri Parole

Mi è piaciuto perché aderisce alla possibile spiegazione della geometria del “biliardo matematico” che ho fatto per la prima foto storica di Parigi, di cui alle illustr.ni 3 e 4, con l’illustr.5.

<< Nel linguaggio comune, il termine vanità indica un’eccessiva credenza nelle proprie capacità e attrazione verso gli altri. Prima del XIV secolo non aveva alcun significato narcisistico, ma era considerata una futilità. Il relativo termine vanagloria oggi è visto come un sinonimo arcaico della vanità, un’ingiustificata vanteria. Dal suffisso vanus (mancanza di) e dal latino gloria.

In ambito filosofico, la vanità si riferisce ad un più ampio senso di egoismo e superbia. Friedrich Nietzsche scrisse che, secondo lui, “la vanità è la paura di apparire originali: perciò è una mancanza di superbia, ma non necessariamente di originalità”. In uno dei suoi aforismi, Mason Cooley disse che “la vanità, nutrita bene, diventa benevola. Se affamata, diventa maligna”.>>


Fonte:  https://it.wikipedia.org/wiki/Vanit%C3%A0

Ed ancora, ma sul narcisismo che si lega alla vanità:

<< Attenti ai narcisisti, sono dei disturbati mentali Melania Rizzoli: “il narcisismo rivela elitarismo e indifferenza nei confronti degli altri include l’egocentrismo, indica vanità e problemi negli scambi interpersonali, nel mantenere relazioni soddisfacenti, ipersensibilità alle critiche e incapacità di vedere il mondo da un punto di vista differente. Il narcisista crede di essere più importante di quanto lo sia realmente, si vanta dei suoi risultati spesso esagerandoli, detesta coloro che non lo ammirano”. >>

È quanto ho rilevato in sovrappiù, a caratteri maiuscoli, sulla vanità.

Ma perché tanta foga per legare la vanità e con essa il narcisismo e l’egocentrismo alla foto di Parigi in esame? La risposta è che, anche se non si spiega a sufficienza, secondo me, è nella seconda foto, l’illustr. 2, il resoconto della geometria del solito “biliardo matematico” che vi riguarda. Si riferisce al cliente che si presta a farsi lucidare le scarpe per restare celebre nella storia della fotografia, che si vede isolato nella foto in trattazione.

Lo si capirà poi perché, intanto comincio a commentare il grafico geometrico della fig. 5 che ho preparato per la foto della fig. 3. Tutto si diparte dai due, il lustrascarpe e il suo cliente e il punto S indica la scarpa da lucidare. In apparenza è tutta una messa in scena per dar vita alla foto ripresa da Daguerre nel 1838, (strana coincidenza della data 1038, con la mia, la stessa, peraltro anch’io un certo “primo” a scoprire pretese crittografie dalle fotografie!) tuttavia non si può negare che il tizio, che si fa lustrare le scarpe, è felice di passare ai posteri come il primo uomo fotografato nella storia della fotografia.


Fonte: http://m.dagospia.com/attenti-ai-narcisisti-sono-dei-disturbati-mentali-l-analisi-di-melania-rizzoli-185958.

Di qui una certa luce solare che si diffonde nel punto S in luogo della scarpa, da immaginare come il

vero soggetto che nell’occasione viene immortalato, piuttosto che il piede e restante corpo del tizio preso dalla supposta vanità.

Il mio disegno si delinea su due linee di traiettoria dal punto S, da immaginare due peculiari raggi solari: uno, quello colorato in giallo arancione e l’altro colorato in viola. Il raggio giallo arancione può ritenersi come un’immaginaria via evolutiva relativa a ciò che rappresenta la scarpa ‒ mettiamo ‒ la casa del piede umano, ovvero l’essere umano corporeo della vita ordinaria terrestre. Infatti il raggio in questione segue la via di fuga del palazzo iniziando dal punto P, l’apice del relativo spigolo PN. In più la verticale dal punto S, in alto rasenta lo spigolo di un altro palazzo. L’altro raggio color viola che corre lungo il viale relativo, riguarda per forza maggiore il tizio preso dal fare da modello umano da immortalare e il fatto che egli sia in mezzo al viale ne è la prova. A questo punto è la grafica del “biliardo matematico” a far da giudice per i due in questione. Notare che le circostanze intorno al lavoro del fotografo Daguerre, fanno si che occorra molto tempo di esposizione della macchina fotografica per fare la foto in questione, e questo non permette di impressionarla con la presenza dei tanti presenti in quel frattempo, lungo il viale e in ogni altro punto. E così solo il tizio e il lustrascarpe vengono ritratti, perché sono immobili. Ecco che l’immaginario senso allegorico, in sede del tizio in piedi all’inizio del viale, è come se restasse solo con sé stesso, come a concepire che sia la conseguenza del suo gesto di vanità, di orgoglio, di narcisismo, in lui a isolarlo dal resto della comunità. Mentre l’altro, che pure partecipa a questa messa in scena, forse preso anche lui dalla stessa vanità, e immaginandolo come essere a livello inferiore come soggetto umano, non può subire il danno che vi può derivare. Ma vediamo il responso della geometria da me sviluppata.

Seguendo il raggio viola lungo la via di fuga del ciglio del viale, iniziando dal punto S, si ha la sorpresa di vederlo ritornare al punto di partenza S, tanto da immaginare che possa continuare indefinitivamente a ripercorrere il precedente itinerario. Che spiegazione dare, se non l’idea di un processo ritorcente, meglio di un continuo pazzesco riflettersi su sé stesso, ossia il punto S? Di qui ci viene la conferma del detto iniziale di questo capitolo:

“La vanità non è mai paga, si rigenera guardandosi allo specchio”.

Resta il povero lustrascarpe che guidato dal raggio arancione, usando il gergo dei giocatori di biliardo, “va in buca” nel punto A. Come immaginare che la sua sorte non cambia nell’evolversi, ma resta comunque un essere umano del quale, però, nessuno ricorderà mai la sua identità per legarlo all’evento storico della fotografia. Infatti diverse fonti riportano solo che il cliente fosse l’assistente di Daguerre.

Il prezzo della fama di un fotografo per la vita di un milite

Abbiamo visto il primo fotografo della storia Louis Daguerre, l’inventore del famoso “dagherrotipo”, che riprende la città di Parigi del 1838 ma nessuno è presente nella foto, eccetto un tale che si fa lustrare le scarpe, forse l’assistente di Daguerre. Occorreva tempo per impressionare la stampa del negativo, e fu un tempo che “costò caro” a molta gente presente nell’occasione, ma è un modo di dire con un risvolto di astrazione filosofica. Passano gli anni e col progresso della tecnica fotografica si ha modo di seguire da vicino i fatti della vita, che con i loro repentini capovolgimenti comportano fotografi abili per reportage ben remunerati, ma accade a volte che questo costi un caro prezzo ai soggetti da loro ripresi in certi istanti fatali, come nel caso che ora si esaminerà.

Era il tempo dell’erezione dello storico muro di Berlino che la divise in due nel 1961, finché fu demolita nel 1989.

Il Muro di Berlino (in tedesco: Berliner Mauer, nome ufficiale: Antifaschistischer Schutzwall, Barriera di protezione antifascista) era un sistema di fortificazioni fatto costruire dal governo della Germania Est (Repubblica Democratica Tedesca, filosovietica) per impedire la libera circolazione delle persone tra Berlino Ovest (Repubblica Federale di Germania) e il territorio della Germania Est. È stato considerato il simbolo della cortina di ferro, linea di confine europea tra le zone controllate da Francia, Regno Unito e U.S.A. e quella sovietica, durante la guerra fredda.

Il muro, che circondava Berlino Ovest, ha diviso in due la città di Berlino per 28 anni, dal 13 agosto del 1961 fino al 9 novembre 1989, giorno in cui il governo tedesco-orientale si vide costretto a decretare la riapertura delle frontiere con la repubblica federale. Già l’Ungheria aveva aperto le proprie frontiere con l’Austria il 23 agosto 1989, dando così la possibilità di espatriare in occidente ai tedeschi dell’Est che in quel momento si trovavano in altri paesi dell’Europa orientale.

Il tema proposto dal mistero nelle foto scattata da un intraprendente fotografo,  Peter Leibing, (illustr. 6) un giovane fotografo amburghese, è la libertà intesa in tutti i modo possibili. Per primo in relazione a lui nella sua agilità nell’usare la sua macchina fotografica per primeggiare come fotografo, è una sorta di fuoco prometeo che gli viene appunto dal mistero, ma come fu per Prometeo, un altro povero giovane, Hans Schumann, preso disperatamente per la sua libertà vitale che vedeva compromessa, pagò con il suicidio una ironica beffa che il destino gli riservava dopo la caduta del Muro quando è stato rifiutato e allontanato dai parenti. Questo incomprensibile meccanismo della vita somigliante all’analogo prometeico, però non sfugge all’indagine del “biliardo matematico”, già collaudato nelle fotografie esibite da me fin qui. Vedremo infatti il grafico che mostrerò poi, come una griglia di un carcere a vita, lo spettro della morte che attanaglierà la mente del giovane poliziotto della Germania Est, Hans Schumann, fino a farlo impazzire nel volgere degli eventi e poi a disporlo per l’impiccagione nel 1998.

<La libertà è un fattore la cui importanza ne permette la materializzazione con ogni mezzo. Ammesso che ci si riesca. Diversi esempi di fuga da un qualunque tipo di prigionia si sono sempre verificati. Bizzarri, fortunosi, incredibili, fatali. Nella Germania divisa dal muro, tanto per fare un esempio calzante, ne hanno tentate di diverse. Tra mongolfiere, tunnel sotterranei e semplici scavalcamenti, sono stati tanti i tedeschi della Demokratische Republik a fuggire verso la libertà della Bundesrepublik. Così come troppe sono state le vittime falcidiate dalle raffiche delle guardie di settore.

Peter Leibing è un giovane fotografo amburghese che viene spedito sistematicamente negli ippodromi ad immortalare eventuali eccellenze tra trotti e galoppi. Specialista nel saper cogliere il momento giusto durante il salto degli ostacoli. Bravo nel ricavare quelle nitidezze facilmente eludibili dalla velocità dei tempi. Sarà proprio un salto, ma non equino, a donargli la fama per un’immagine che diventerà un simbolo di libertà.

Ferragosto del 1961. Blocco sovietico in fase di evoluzione e Germania in fase di suddivisione. Berliner Mauer in fase di progettazione. I primi blocchi di cemento vengono poggiati sull’asfalto della DDR. Alcuni tratti vengono delineati dal filo spinato. Un’idea di quello che sarà, prima di venire sostituito dai mattoni. La notizia si diffonde e Leibing, stufo dei templi equestri e da tempo in cerca di uno stimolo differente, tra una genuflessione a mani intrecciate ed una lacrima sul pietoso andante, riesce a strappare un reportage sui fatti di Berlino al truce capo dell’agenzia.

Quel giorno Berlino brulica di fotografi e il giovane Peter passeggia sulla Bernauerstrasse che rasenta il settore francese. In quei giorni, tra l’incredulità e lo stupore generale, persone che fino ad un minuto prima potevano parlare, passeggiare, vivere insieme, si ritrovavano drammaticamente divise. C’è qualcuno che medita su questa condizione e lo fa seriamente. Hans Konrad Schumann è un giovane poliziotto di guardia al confine, versante orientale. Ha appena 19 anni ed è rimasto colpito da un evento accaduto solo qualche ora prima. Il divieto forzato di ricongiungimento tra parenti. Drammatico. Assurdo. E’ apparentemente tranquillo ma realmente molto nervoso e da un paio d’ore sta triturando grosse manciate di tabacco sotto forma di sigarette. Una nuvola di fumo e un sospiro. In continuazione. Un occhio è fisso sul posto di guardia e l’altro furoreggia ad intermittenza verso la frontiera occidentale. Probabilmente batte il tempo del cuore comprensibilmente impazzito.

L’area da sorvegliare è confinata dal filo spinato. Ripensa a quanto accaduto prima e medita. Con attenzione. La sua irrequietezza attira lo sguardo attento di Leibing e non solo il suo. Qualcosa sta per accadere. Intanto un furgoncino della polizia sta pattugliando l’area di fronte,  versante occidentale. Avanti e dietro, nervosamente. Leibing solleva la macchina fotografica che fino ad un istante prima gli ballava sullo stomaco. Le 16:00 sono scoccate da qualche minuto.

“Salta cavallo, salta!” Il furgoncino si ferma e il portellone si apre. Dall’interno un collega e amico di Schumann urla un secco “Komm ruber!”, ossia “Vieni di qua!”. E’ un frammento temporale brevissimo. Hans si volta, approfittando della disattenzione di altre guardie. Sputa l’ennesima sigaretta e pensa: “Ma a me chi m’o ‘ffa fà!” e dopo una breve rincorsa spicca un volo di valore olimpionico liberandosi del kalashnikov in dotazione e superando brillantemente la cortina spinata per infilarsi nel furgone. Verso la libertà. Leibing, avvezzo agli scavalcamenti di

ostacoli di matrice equestre, scatta al momento giusto quella che diventerà l’icona della Guerra Fredda. Immagine che gli varrà il Best Overseas Press Club Award per la fotografia nel 1961.

E Schumann? A lui è andata male purtroppo. Dopo la fuga venne riconosciuto come rifugiato politico ed ebbe la possibilità di costruirsi una famiglia in Baviera lavorando come operaio alle catene di montaggio dell’Audi. La STASI, su pressione dei familiari, ha tentato più volte di reintegrarlo nella DDR senza successo. La depressione e l’alcol ha fatto il resto. E il colpo di grazia, è arrivato dopo la caduta del Muro quando è stato rifiutato e allontanato dai parenti. Si è suicidato mediante impiccagione nel 1998.

Quando la libertà costa cara.>


Recensione scritta da enbar77 per DeBaser. (il 3 agosto 2010 nel tardo pomeriggio). Fonte: https://www.debaser.it/peter-leibing/hans-konrad-schumann/recensione

Hans Schumann mai avrebbe immaginato l’esistenza di una grata che lo avrebbe diviso dalla vera vita. (illustr. 7) Una terribile rete nelle mani di uno spettro, il teschio della morte al posto dell’elmo che aveva sul capo! L’estrema tensione della sua mente, in quell’attimo fatale, gli fa tendere la cinghia del suo kalashnikov in dotazione, ed è da qui che si rivela la geometria della griglia a losanghe del “biliardo matematico”.

La macchina della verità

A questo punto è interessante fare riflessione su quella “cinghia tesa” del kalashnikov in dotazione Hans Schumann che è servita da traiettoria della linea di partenza del biliardo matematico dell’illustr. 7 per innescare una serie di orbite, senza possibilità di svincolo verso una “buca“. Di qui un “timer” nel povero Hans si è messa in azione per portarlo negli anni successivi alla pazzia e poi al suicidio.Quella “cinghia tesa” è la chiave di volta per capire che sulla stessa base ha modo di funzionare la macchina della verità. Ognuno di noi ha in sé questa

“cinghia” che a volte si mette in tensione estrema e si può anche snervare, e non servire più in modo egregio, come accadde ad Hans Schuman. Il biliardo matematico è come la macchina della verità che rileva lo stato di simili tensioni per confermarla o negarla.

La macchina della verità, nota anche come poligrafo, è uno strumento che misura e registra diverse caratteristiche fisiologiche di un individuo (quali la pressione del sangue, il polso arterioso e la respirazione) mentre il soggetto è chiamato a rispondere a una serie di domande, misurandone i cambiamenti emotivi e psichici durante l’interrogatorio. Ecco, come tante “cinghie tese“.

Con la comparazione dei dati si cerca quindi di evidenziare le diverse reazioni durante le risposte e individuare, quindi, eventuali risposte false o veritiere. Non esistono prove scientifiche delle sue certe capacità di svolgere tali compiti, sia per la possibilità di alterare consapevolmente i risultati anche nelle versioni più moderne, sia perché il poligrafo analizza la reazione alle emozioni e cerca di creare una relazione (non provata) con la “verità”, sia per l’impossibilità di definire in maniera univoca il concetto di verità, sia per i numerosi elementi che possono concorrere a falsare i risultati, tra i quali la consapevolezza o meno del soggetto di stare mentendo.

Per queste ragioni il test del poligrafo non è accettato come prova dagli ordinamenti giuridici moderni, sebbene in alcune giurisdizioni – in particolare statunitensi – sia ancora largamente accettato specie come elemento facoltativo rimesso alla valutazione della giuria su accordo tra le parti.

La finzione della morte nella foto beffa di Hippolyte Bayard

Hippolyte Bayard (1807 – 1887) è stato un fotografo francese inventore del procedimento noto come “stampa positiva diretta”.

La storia di Bayard diventa curiosamente interessante allorché si trattò di rendere pubblica la sua invenzione che non andò a buon fine, mentre quella del procedimento di Louis Daguerre, la dagherrotipia, al contrario ebbe successo. 

Bayard reagì a questa situazione e nel 1848 ebbe l’idea di una curiosa foto beffa che è mostrata con l’illustr. 6, realizzando un autoritratto nella postura di un annegato, allegando la seguente didascalia :

«Questo che vedete è il cadavere di M. Bayard, inventore del procedimento che avete appena conosciuto. Per quel che so, questo infaticabile ricercatore è stato occupato per circa tre anni con la sua scoperta. Il governo, che è stato anche troppo generoso per il signor Daguerre, ha detto di non poter far nulla per il signor Bayard, che si è gettato in acqua per la disperazione. Oh! umana incostanza…! È stato all’obitorio per diversi giorni, e nessuno è venuto a riconoscerlo o a reclamarlo. Signore e signori, passate avanti, per non offendervi l’olfatto, avrete infatti notato che il viso e le mani di questo signore cominciano a decomporsi.». Per la cronaca Bayard realizzò in seguito la prima mostra fotografica, presentando alcuni suoi lavori, continuando così la sua attività di fotografo. Contribuì alla fondazione delle Società francese per la fotografia con l’attività di documentazione fotografica dell’architettura e dei monumenti storici francesi, per la Mission Héliographique del 1851.Gli fu poi riconosciuto il titolo di inventore della fotogrtafia del processo di stampa positiva diretta. Ma a causa della scarsa sensibilità, (l’esposizione era di circa 12 minuti), il metodo di Bayard risultava inadeguato per il ritratto e perciò in pratica inutilizzabile, tuttavia era adeguato per il paesaggio. 

Il caso di un biliardo matematico trapezoidale

L’illustr. 9 mostra la geometria del “biliardo matematico” che mi è parsa confacente al tema proposto ironicamente da Bayard, con la trovata della beffa, inscenando la finzione del suo suicidio come protesta per l’ingiustizia subita del riconoscimento della sua invenzione. In questo caso il piano di azione, della geometria del ”biliardo matematico”, è il trapezio AHIC. I due elementi geometrici che dialogano fra loro in questo contesto, sono il centro del cappello di paglia S e la linea che congiunge il punto H con i passando per la fronte del finto suicida. La fronte è la sede del cervello ed è qui che egli ha cogitato la foto beffa, e vedremo ora il dialogo geometrico fra questo cervello e un altro immaginario celato dal cappello di paglia, una sorta di “magazzino” di pensieri qui ben celati. D’altro canto il suicida immaginario ha organizzato tutta questa messa in scena e la sua postura deve averla voluta mettere in rapporto con il cappello in questione per averlo posto nella posizione che vediamo nella foto.

Ora, al di là di ciò che egli voleva destare in chi avrebbe visto la foto, resta il fatto che il grafico emerso nell’illustr. 9 si ritorce su di lui, beffandolo a sua volta. I due raggi contrapposti che dipartono da S riflettendosi in E ed M, riunendosi, dopo varie altre riflessioni arrivano in L frontalmente e ripercorrono il tragitto precedente infinite volte danno luogo, appunto, alla ritorsione, una sorta di contro-beffa. La geometria del “biliardo matematico” rivela una micidiale ritorsione che si riflette continuamente nel punto N della testa del finto suicida. Ecco che il grafico del “biliardo matematico” diventa uno specchio in cui il Bayard vi si riflette con la sua beffa.

Cosa comporta questa prova della beffa cogitata dal fotografo Bayard? Comporta che a volte diamo forza a pensieri molesti che riteniamo buoni con conseguenze cattive. Come pure diamo retta a chi mettiamo vanta di dare buoni consigli per affari conseguibili, ma non lo conosciamo bene. E scopriamo tardivamente che questi è un imbroglione da cui stare alla larga.

Dal punto di vista di un ipotetico “alchimista matematico“, questo imbroglione lo si intravede nel “Guardiano della Soglia” che è un mentitore per eccellenza. È  lui che lo ostacola dal proposito di avventurarsi nel mondo dell’occulto per conseguire la cosiddetta pietra filosofale

<Il guardiano della soglia, il Drago nel simbolismo medievale, non è altro che il nostro sé inferiore (il Satana in  noi – ndr), quella combinazione di principi materiali e semi materiali costituenti l’ego inferiore, che la maggior parte degli uomini amorosamente blandisce ed accarezza, a cagione dell’amore di sé.

L’uomo non vede le sue qualità vere finché è attaccato alla sua natura inferiore; ma quando tenta di penetrare nel recinto del paradiso dell’anima, quando la sua autocoscienza incomincia ad accentrarsi nel suo Sé Superiore, allora il Guardiano della Soglia (sé inferiore – ndr) diviene oggettivo per lui (viene oggettivato, esteriorizzato – ndr), ed egli può essere terrorizzato dalla sua (in verità la propria) bruttezza e deformità.>[1]

Nel cristianesimo questo terribile “ostacolatore” è il diavolo, satana, definito come sopra già detto, il “mentitore” se non si ha fede per resistervi.


Fonte: http://www.visionealchemica.com/il-guardiano-della-soglia/

Un ritorno al “passato” con Coco Chanel per una Madonna che salva

Un fotografo straordinario

Resta a questo punto una perplessità per tutti questi risultati, davvero sorprendenti, conseguiti in seguito alle prove grafiche della geometria del biliardo matematico.

Le fotografie argomentate in questo saggio vengono prodotte con lo scatto del fotografo nel preciso istante in cui vengono inquadrate le immagini ideali che, al vaglio del biliardo matematico, danno le due possibili risposte che sappiamo. Cioè un quanto l’orbita confluisce nella cosiddetta “buca“, oppure un “no” per il caso l’orbita confluisce su sé stessa, cioèritorcente.

La domanda è ora: questi pronostici sono dovuti solo alla sorte ‒ mettiamo ‒ comunque nelle mani dell’indicibile mistero? Ma viene da pensare, anche, che tuttavia concorra una virtù del fotografo, per quanto, poi è sempre la sorte a decidere che genere di “messaggi” reconditi rilasciare.

Altra domanda: e i fotografi famosi che sanno usare la macchina fotografica in modo meraviglioso, che risultati potranno dare al vaglio del biliardo matematico? Non do immediatamente la risposta in merito perché preferisco proporre al lettore, e più particolarmente ai giovani studenti, il caso di una foto famosa di un grande fotografo francese, venuto meno quasi centenario nell’agosto 2004, Henri Cartier-Bresson. Egli è considerato un pioniere del fotogiornalismo, tanto da meritare l’appellativo di “occhio del secolo“. Teorico dell’istante decisivo in fotografia, ha anche contribuito a portare la fotografia di stampo surrealista (ispirata a Eugène Atget) ad un pubblico più ampio. È stato uno degli esponenti più importanti della cosiddetta Fotografia umanista.

Nel 1947 è tra i fondatori della storica agenzia Magnum, nel ‘53 pubblica  “Il momento decisivo”, considerato una vera e propria “Bibbia” per tutti i fotografi di reportage. Fu attivo come fotogiornalista fino alla fine degli anni ‘70.

Questa sua frase lo caratterizza:

« Fotografare è riconoscere nello stesso istante e in frazione di secondo un evento e il rigoroso assetto delle forme percepite con lo sguardo che esprimono e significano tale evento. È porre sulla stessa linea di mira mente occhi, cuore. È un modo di vivere. »

Di  Henri Cartier-Bresson propongo di esaminare, come già anticipato, una delle  sue famose fotografie, quella fatta a Coco Chanel (1883-1971), pseudonimo di Gabrielle Bonheur Chanel.

Coco Chanel è stata una celebre stilista francese, fondando la casa di moda che porta il suo nome, Chanel. È notoriamente noto il suo profumo Chanel N° 5 prodotto in società con i fratelli Paul e Pierre Wertheimer, proprietari della casa di profumi e cosmesi Les Parfumeries Bourjois.

In merito alla foto in proposizione, è proprio necessario ricordare la circostanza in cui il magico Cartier-Bresson la fece:

<Il famoso scatto a Coco Chanel non era preparato, è stato colto l’istante in cui Coco Chanel si fumava una sigaretta rilassata ma sembrava allo stesso tempo pensierosa.

Colta nella sua naturalezza, senza far mettere in posa il personaggio, in linea con lo stile naturalistico di Bresson.>


Fonte: http://www.fotografiamoderna.it/henri-cartier-bresson-vita-foto-famose

Perciò ecco, col l’illustr. 10 la foto in questione che ritrae Coco Chanel come inserita in un magico scenario teatrale e vedremo quanto essa concorra nel mettere a nudo un certo suo destino, grazie proprio a  Henri Cartier-Bresson.

Si è colpiti da due fissità di occhi, quella di Coco Chanel e l’altra della maschera sulla pila di libri e davanti a uno specchio. Già questo inquadra due distinti scenari separati dalla tavola del mobile che regge i libri e una statuina della Madonna col Bambino. E sotto, insieme a tanti altri libri, è come se fluttuassero i pensieri vaganti di Coco Chanel. Unico segno intermediario fra i due campi, la sigaretta rivolta in direzione della maschera.

Il volto di lei e maschera sono cinti dal color nero, come a caratterizzare l’alone del mistero. Ma è l’ora della geometria del ‘biliardo matematico’ a rompere questa sorta di monotono pendolo oscillante che sembra perenne, come se il tempo si fosse fermato e l’ora è segnata dalla lancetta al posto della sigaretta, unica e senza quella dei minuti.

Giusto un’ora il suo spostarsi pari, paradossalmente alla frazione di secondo del tempo di scatto dell’amico Henri con la sua macchina fotografica.

Il tema geometrico della foto di Coco Chanel

Con la nuova illustr. 11, è bastato quell’attimo, o la lunga “ora“, di scatto di Henri Cartier-Bresson per far varcare la barriera EF che separa i due campi, alla linea direttrice MN dettata dalla sigaretta di Coco Chanel assorta in sovrappensiero.

E ipso facto la linea MN arriva al suo destino segnato in Q e non in C come poteva prevedersi per la sua origine travagliata, comunque sotto la protezione delle suore della congregazione del sacro Cuore  presso l’orfanotrofio di Aubuzine, quand’era ancor bambina. Così sarebbe stato se quella linea di demarcazione EF fosse stata orizzontale, quella segnata dalla linea arancione CH. Ma i successi e le conquiste lungo la via  riserbata a Coco Chanel, come i tanti libri dello scaffale, sotto e sopra della foto in esame, dovevano anche essere pagati con le difficoltà segnate anche dalle vicissitudini delle due grandi guerre contemporanee. La stessa cosa del campo superiore vale per quello inferiore e immaginare i tanti via vai delle due linee color rosso che si riflettono sui lati dei rispettivi campi, così come detta la geometria dei rispettivi “biliardi matematici”. Ma è proprio così controverso il pronostico or ora descritto, secondo la verità della Prof di Mate detta La Sfinge? Ma Ella ci suggerisce di osservare bene, perché è solo un’apparenza che inganna. In realtà si scopre che per il campo del mistero, cioè quello della “maschera“, ma anche della Madonna Nera col Bambino, le cose si mettono bene perché conta il “peso dei numerosi libri“. Non solo, perché a questo contribuisce per quel poco che basta, sia il “pesodella maschera stessa che quello della Madonna Nera col Bambino. Tanto da far inflettere la tavola dello scaffale e porla nel giusto piano la linea di riflessione dei due punti in cui essa avviene, e così quasi per “miracolo la linea rossa che diparte la sigaretta di Coco Chanel, arriva in “buca“, cioè nel punto C. Analogo discorso per il campo inferiore dove “fluttuano” i pensieri di Coco Chanel, e anche se le orbite sono due, dopo un lungo girovagare si dirigeranno

nelle rispettive “buche“, sotto o sopra ma non importa averne la prova grafica, ci basta immaginarlo.

Ma resta qualcosa impigliata nella rete immaginaria della geometria biliardo matematico appena accennato per la foto di Coco Chanel, resta la possibile morale per tutto ciò.  E quale?

Essa è rivolta in particolare ai giovani per raccomandare loro di tener da conto lo studio che quei libri, dietro le spalle di Coco Chanel, vogliono mostrare con il loro “peso” che sappiamo. Ma non senza la maschera e la Madonna col Bambino.

La maschera perché in ogni momento della vita ne indossi una caro giovane lettore.

<< In questo momento ad esempio stai indossando la maschera del lettore. Spero ovviamente non la maschera del lettore annoiato. La maschera, portavoce dell’apparenza, è l’oggetto che ci permette di far venire alla luce una parte di noi che fino a quel momento era rimasta nell’oscurità.

Molto bello è l’incipit del libro di Bruno Meroni

La “persona” nell’antica commedia latina era la maschera che serviva a connotare immediatamente il personaggio al primo apparire in scena. Oggi la “persona” è la vivente carta d’identità di cui ognuno è portatore nel vissuto sociale, come una vera maschera, quanto più evidente e riconoscibile è il segnale che trasmette, tanto più credibile e accreditato è il ruolo che propone. Fatto che conferisce alla Persona un enorme potere: come non si può indossare una maschera senza venirne condizionati, così, alla lunga, la Persona modifica la natura intima di chi la porta. Da qui la drammatica tensione fra anima e Persona, fra soggetto e collettività, fra essere e apparire. >>

In quanto alla Madonna Nera col Bambino, trascurando il mistero che aleggia intorno all’origine del color nero, resta comunque il significato che si attribuisce al nero, possibile rimando ad alcune parole del vangelo secondo Luca, pronunciate da Simeone in occasione della presentazione al Tempio. Egli preannuncia la Passione, dicendo:

« Quanto a te, Maria, il dolore ti colpirà come colpisce una spada ». (Luca, 2, 35)Il volto nero delle “madonne di San Luca” indicano simbolicamente che sono “madonne addolorate“. Ma al di là di questa semplice spiegazione di catechismo, resta la raccomandazione evangelica della preghiera del cristiano credente da mettere in pratica, che vale comunque per altre religioni. Questo, anche se per Coco Chanel la “Madonna Nera” si lega alla sua inclinazione per la Teosofia, una sorta di religione molto alla moda nei primi anni del Novecento fatta di misticismo, sedute spiritiche e dimensioni parallele. Ma è vero anche che non ci siano “Teosofie” fuori la “porta” dell’interiorità da ripristinare, perché tutte hanno il loro “peso“, il suo ORO se pensiamo alla Madonna Nera, cui teneva, di certo, Cocò Chanel. Senza contare l’allusione all’Alchimia, poiché la “Madonna Nera” emblemizza la Materia Prima, l’Alkaest, chiamata anche la “Pietra di paragone“, cioè il corpo da rigenerare che poi diventerà la “Pietra Filosofale“.

Brescia, 24 febbraio 2021


Fonte: https://www.animafaarte.it/la-maschera-che-indossiamo/

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Ho fondato Fotografia Moderna nell'estate del 2015 per dare una nuovo volto alla community di fotografi italiani. Iniziata come passione è diventato in poco tempo uno dei portali più cliccati d'Italia arrivando a raccogliere più di 1 Milione di visitatori nel 2019 e quasi 2 Milioni di utenti nel 2020. Cerco sempre notizie che possano interessare gli appassionati di fotografia, mi diverto a fare recensioni di attrezzature fotografiche, lezioni e consigliare con le guide all'acquisto alle migliori alternative sul mercato.

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