Josef Koudelka: La storia del fotografo di Praga

La storia di uno dei fotografi più famosi e importanti di sempre, Josef Koudelka.

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Storia e biografia di Josef Koudelka

Universalmente riconosciuto come uno dei fotografi più importanti e famosi della storia, Josef Koudelka ha raccontato tramite la sua vita artistica il suo spirito libero in continua evoluzione.

Una delle frasi che più racconta lo spirito rivoluzionario del “fotografo di Praga” e che racchiude il percorso della sua vita e della sua evoluzione artistica cita cosi: “Non mi preoccupo di ciò che la gente pensa: so abbastanza bene chi sono. Ma mi rifiuto di diventare schiavo delle loro idee. Quando resti in uno stesso posto per un certo tempo, la gente ti colloca in una casella e si aspetta da te che tu ci resti”.

Ed è proprio questa frase che ci ha spinto a scrivere questo articolo, per menzionare questo grande fotografo di come sia rimasto sempre “puro d’animo” e del suo stile tagliente e sempre dritto al punto.

Ma vediamo ora un po’ di storia di Koudelka

Biografia

Josef Koudelka in Grecia nel 1983

Nato nel 1938 a Moravia, in Cecoslovacchia, già a 12 anni inizia a impugnare la sua prima macchina fotografica e comincia il suo percorso fotografico. Nonostante i suoi studi per diventare ingegnere aeronautico non perde la sua passione, anzi, cerca di migliorarla giorno dopo giorno sottolineando il suo stile perfezionista. Nel periodo della sua adolescenza inizia ad arrotondare il suo stipendio da ingegnere aeronautico con servizi fotografici, sopratutto nei vari teatri della sua città.

Fino al 1967 continua questa vita per poi dedicarsi completamente alla sua passione, la fotografia. La svolta arriva nel ’68 con un servizio fotografico sugli zingari in Romania, un lavoro di due giorni che lo ha portato sulla cresta dell’onda. In quelle foto ammette di esser riuscito a raccontare una realtà che fin’ora nessuno era mai riuscito. Come è splendidamente raccontato in un articolo di Repubblica, Koudelka ha plasmato la sua mente e la fotografia in un’arte nomade.

Nonostante fosse cercato da tutti i giornali più importanti del periodo non accettò mai lavori per testate giornalistiche, al massimo incarichi governativi, riuscendo così a far rimanere intatta la sua anima libera rimanendo coerente con il personaggio anarchico costruito nel corso degli anni.

Ed è proprio questo aspetto a farci innamorare di lui, il suo spirito libero mai chino che lo ha fatto diventare uno dei fotografi più famosi di sempre. Le sue mostre sono sempre state autofinanziate, come i suoi stessi libri, riuscendo così a crescere ben 3 figli nati in 3 nazioni diverse.

Da sottolineare anche la passione per la musica, in una vecchia intervista Josef Koudelka dichiarò di suonare il violino e la zampogna nelle feste di paese.

È stato uno dei fotografi sperimentali più importanti, il suo servizio sui zingari è stato uno dei workshop fotografi più efficaci di sempre sul mondo dei zingari, ma non solo, fu uno dei primi ad adottare il formato panoramico o addirittura fotografando in verticale i paesaggi.

Koudelka e gli zingari

Il suo più grande lavoro è racchiuso in un libro presentato dopo 40 anni dalla versione originale di Cikani che Koudelka realizzò con il grafico Milan Kopriva nel 1968. Ci fu solo un problema, Josef lasciò la Cecoslovacchia nel 1970 e quel libro non andò mai in stampa.
Il volume usci alla fine nel 1975 in Francia intitolato Gitans. Questo libro ancora oggi è uno dei libri di fotografia di riferimento del ventesimo secolo.
Quest’edizione contiene ben 109 fotografie scattate in Boemia, Moravia, Slovacchia, Romania, Ungheria, Francia e Spagna tra il 1962 e il 1971. Il sociologo Will Guy ha contribuito a quest’opera con un saggio che ripercorre la migrazione dei rom dalla loro patria d’origine fino alla loro meta attuale.

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Libri

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Koudelka e Alex Webb

Uno dei più importanti fotografi street della storia ha raccontato in una recente intervista un’interessante aneddoto che esprime al meglio gli insegnamenti del fotografo ceco: “Qualche anno fa mi trovavo seduto nella metropolitana con Josef Koudelka, che non vedevo da diversi anni. Improvvisamente Josef si è piegato in avanti e mi ha afferrato la scarpa, girandola per guardare la suola. Con il suo modo di fare diretto, tipico della cultura ceca, voleva accertarsi che avessi camminato abbastanza e, quindi, fotografato abbastanza”.

Insegnamenti

Fotografia di Josef Koudelka

Gli insegnamenti di Koudelka sono molto semplici ma efficaci, non bisogna cercare l’impossibile nelle foto, basta semplicemente camminare e guardarsi intorno per trovare qualcosa di interessante. Tutto quello che succede vicino a noi è degno di essere raccontato, non bisogna “aspettare che succeda qualcosa” già in quel momento sta succedendo qualcosa.

Proprio per questo Josef Koudelka era famoso perché realizzava centinaia di scatti ad ogni sua sessione nonostante usasse ancora la pellicola e non le moderne macchine fotografiche digitali.

In questo video diventato famoso si vede tutta la sua fierezza nel raccontare il mondo fotografando, senza mai farsi troppi scrupoli.

Frasi famose

“Le mie foto quasi mai mi piacciono davvero. E se non sono soddisfatto, è semplicemente perché le buone foto sono rare. Una buona foto è un miracolo”.

“Io non cerco di comprendere. Per me la cosa più bella è svegliarmi, uscire e andare in giro a guardare. Guardare tutto. Senza che nessuno stia lì a dirmi: ‘devi guardare questo o quello’. Io guardo tutto e cerco di trovare ciò che mi interessa, perché, all’inizio, non so cosa potrà interessarmi. Mi succede anche di fotografare dei soggetti che altri troverebbero stupidi, ma che, personalmente, mi permettono di mettermi in gioco. Henri (Cartier Bresson, n.d.r.) diceva di prepararsi molto, prima di incontrare qualcuno o di visitare un paese. Io no: io cerco di reagire a quello che si presenta. Poi tornerò, magari ogni anno, magari per dieci anni di seguito, e così finirò per comprendere”.

“A farmi amare la fotografia fu un fornaio, amico di mio padre, che portava il pane nel nostro paese di quattrocento abitanti. I soldi per la prima macchina, una 6X6 reflex di bachelite, li trovai raccogliendo fragole nei campi e vendendole in un villaggio vicino”.

“Dopo aver visto i provini, io non stampo solo le foto buone, ma tutte quelle che mi sembrano un po’ interessanti, anche se so che sono da scartare. A volte fotografo senza guardare nel mirino. È una cosa che ormai riesco a controllare abbastanza bene: è quasi come se guardassi. Quello che spero di trovare è un passaggio dall’inconscio al conscio. Quando fotografo, non penso molto. Se tu guardassi i miei provini ti chiederesti: ‘Ma che combina ‘sto tipo?’. Ma io sui provini e sulle stampe di piccolo formato ci lavoro: li guardo di continuo, di continuo. Credo che il risultato di questo lavoro finisca per essere interiorizzato e che, al momento di fotografare, venga fuori senza che io ci pensi”.

“Amavo in maniera esagerata gli aerei e diventare ingegnere aeronautico mi sembrò la cosa migliore da fare”.

“Qualche anno fa avevo realizzato un catalogo, in cui avevo classificato le mie foto secondo la composizione. Se si ama qualcosa, e se in più si ha un po’ di talento e ci si mette un po’ d’energia, la cosa finisce per funzionare. Il programma funziona. Ma è importante, dopo, saper abbandonare il programma per andare oltre. Sarebbe troppo facile fermarsi a questo e lasciare che i risultati vengano fuori automaticamente. Bisogna distruggere il programma e riprogrammare”.

“Quando sono stanco mi corico e se ho voglia di fotografare e non c’è nessuno attorno a me, fotografo il mio piede. Non sono grandi foto: certi le detestano. Ma ho sempre fotografato i luoghi in cui ho dormito, gli interni in cui mi sono trovato. È una regola che mi sono data, per non dimenticare queste cose. Questo irrita molte persone che pensano a me come al fotografo degli Zingari e non vogliono vedermi diversamente. Ma non mi preoccupo di ciò che la gente pensa. Io non cerco di cambiare la gente, e neanche il mondo”.

“La ripetizione non mi interessa. Non voglio arrivare al punto in cui non saprei come continuare. È giusto costruirsi dei limiti, ma bisogna, a un certo momento, saper distruggere la propria costruzione”.

“È stato il momento massimo della mia vita. In dieci giorni è successo tutto quello che nella mia vita poteva succedere. Io stesso ero al massimo in una situazione che era al massimo. Forse è per questo che ho coperto questa situazione meglio dei reporter che erano arrivati da ogni parte del mondo e che lo facevano per mestiere. Io non ero un foto-giornalista”.

“Qualche anno fa mi trovavo seduto nella metropolitana con Josef Koudelka, che non vedevo da diversi anni. Improvvisamente Josef si è piegato in avanti e mi ha afferrato la scarpa, girandola per guardare la suola. Con il suo modo di fare diretto, tipico della cultura ceca, voleva accertarsi che avessi camminato abbastanza e, quindi, fotografato abbastanza”.

“Non sarei il fotografo che sono se non potessi fare molti scatti. Eppure il prezzo delle pellicole è spesso stato un problema per me. Mi è successo di lavorare con code di pellicola cinematografica, per fare economia, e anche di comprare pellicole rubate. Ma quando mi restano solo tre rullini nella borsa, entro nel panico”.

“Suonavo il violino e la zampogna nelle feste di paese, e il folk mi piace ancora adesso”.

“Può succedere che io raggiunga il massimo la prima volta, per caso, e che io ritorni nello stesso posto dieci volte di seguito, per dieci anni, senza riuscire a far meglio. O che cercando un certo massimo ne trovi un altro, a cui non avevo pensato. Quello che importa è la ricerca, la motivazione a spingersi oltre. Ma non posso proporre questo modo di lavorare a un giornale, non posso farmi mandare dieci volte a Lourdes per tornare con una foto che non ha niente a che fare con Lourdes”.

“Nel mio villaggio non c’erano zingari. Ma ricordo che ogni tanto passava il banditore con il tamburo a dirci ‘chiudete le case, arrivano gli zingari’ ”

“Non so cosa sia importante per le persone che guardano le mie foto. Quello che è importante per me, è il fatto di farle. Ma io non lavoro per provare il mio talento. Io fotografo quasi tutti i giorni, tranne quando fa troppo freddo per viaggiare a modo mio. Qualche volta faccio delle buone cose, altre volte no, ma penso che col tempo qualcosa verrà fuori dal mio lavoro: non ho angosce in questo senso. Faccio anche molte foto sulla mia vita, come quelle all’inizio del tascabile: i piedi, l’orologio”.

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