La storia dello scatto di Neil Leifer a Muhammad Ali

Muhammad Ali mette al tappeto Sonny Liston con il famoso pugno fantasma
Muhammad Ali mette al tappeto Sonny Liston con il famoso pugno fantasma

La storia di Muhammad Ali/Cassius Marcellus Clay e Neil Leifer raccontata dal nostro Emanuale Zanardini.

Neil Leifer e Muhammad Ali – Nel posto giusto, al momento giusto

Le telecamere sono tutte puntate su di lui. Tutti gli occhi degli spettatori presenti al Centennial Olympic Stadium di Atlanta. Milioni davanti alle tv di tutto il globo. Stringe nella mano una fiaccola spenta, scossa da un tremito incontrollabile dovuto al Parkinson. Quella mano, quelle mani, che un tempo avevano sferrato colpi micidiali agli avversari, ora sono quasi inerti, rispondono con difficoltà agli impulsi del cervello.

Una giovane tedofora percorre l’ultimo salita di un viaggio iniziato tra le rovine di Olimpia, in Grecia, mesi prima. Si ferma di fronte al grande pugile e gli consegna il suo fuoco.

Ali riceve il fuoco olimpico dalla penultima tedofora
Ali riceve il fuoco olimpico dalla penultima tedofora

Il campione malato accende una miccia, che sale trasportata da una carrucola, fino al braciere olimpico in cima a un traliccio. E dà il via, a 100 anni dalla prima edizione, ai XXVI Giochi Olimpici dell’era Moderna.

«A nome di tutti i concorrenti, prometto che prenderemo parte a questi Giochi Olimpici rispettando e osservando le regole che li governano, impegnandoci nel vero spirito della sportività per uno sport senza doping e senza droghe, per la gloria dello sport e l’onore delle nostre squadre.»

(fonte: http://www.guidaolimpiadi.it/index.php?option=com_content&view=article&id=32&Itemid=177)

Purtroppo il clima di sportività viene turbato da un attentato.

La tarda sera di venerdì 26 luglio, migliaia di persone si erano riunite al parco per un concerto gratuito del gruppo rock Jack Mack and the Heart Attack. Eric Robert Rudolph, prima di allontanarsi, aveva posizionato vicino a uno degli impianti di amplificazione uno zaino che conteneva una bomba artigianale con bulloni e chiodi.

Da poco passata la mezzanotte, la bomba esplose uccidendo una donna di 44 anni, Alice Hawthorne, e ferendo altre 111 persone. Un’altra persona, il cameraman turco Melih Uzunyol, morì di infarto poco dopo l’esplosione.

Nonostante quello che accadde, il direttore generale del CIO (Comitato Olimpico Internazionale) decise che i Giochi sarebbero proseguiti come da programma: prima di ogni evento venne osservato un minuto di silenzio e le bandiere vennero issate a mezz’asta.

Il 14 ottobre 1998, il Dipartimento di Giustizia lo indicò (Rudolph) formalmente come il principale sospettato di tutte e quattro le esplosioni di quegli anni in Georgia e Alabama, ma per più di cinque anni non riuscì ad avere notizie su di lui: Rudolph divenne latitante sopravvivendo nascosto sui Monti Appalachi, forse aiutato da militanti ultra cristiani locali. Venne arrestato solamente il 31 maggio del 2003 a Murphy, North Carolina. (fonte: https://www.ilpost.it/2016/07/27/la-bomba-alle-olimpiadi-di-atlanta-20-anni-fa/)

The show must go on, dunque.

Le olimpiadi proseguono nonostante la bomba.

E ai Giochi Olimpici, quelli di Roma 1960, è legato il primo grande successo del nostro campione malato, un giovane Cassius Marcellus Clay Jr. vince la medaglia d’oro nel pugilato, nella categoria massimi leggeri.

Cassius Clay medaglia d'oro a Roma 1960
Cassius Clay medaglia d’oro a Roma 1960

In verità l’Urbe si era già aggiudicata i Giochi per l’edizione del 1908, ma, causa l’eruzione del Vesuvio del 1906, cedette l’onere e onore a Londra. La scelta di Roma come città ospitante venne presa dal CIO a Parigi il 15 giugno 1955. Le altre città candidate erano: Losanna, Detroit, Budapest, Bruxelles, Città del Messico e Tokyo. Roma la spuntò su Losanna nell’ultimo ballottaggio.

Alla vigilia della inaugurazione gli atleti si riunirono in piazza S. Pietro per ricevere la benedizione di papa Giovanni XXIII.

Per la prima volta, inoltre, ai Giochi Olimpici di Roma, la televisione coprì l’intero programma di gare; la RAI produsse ben 106 ore di trasmissione, riprodotte anche in tutta Europa, una quantità smisurata considerata l’esistenza di un unico canale.

Nel pugilato l’Italia ottenne 3 ori, 3 argenti e 1 bronzo. Vincitori del titolo olimpico furono Nino Benvenuti, Francesco Musso e Massimo Francesco De Piccoli. (fonte: http://www.fpi.it/news/apb/34-top-news/2315-pugilato-e-olimpiadi,-una-storia-da-raccontare-roma-1960,-italia-del-pugilato-padrona-assoluta.html)

Musso, De Piccoli e Benvenuti campioni olimpici di pugilato a Roma
Musso, De Piccoli e Benvenuti campioni olimpici di pugilato a Roma

Per Cassius Clay quello di Roma fu il primo successo di una carriera inimitabile. Divenne campione mondiale a 22 anni, nel 1964, battendo il connazionale Sonny Liston in 7 riprese. Un anno dopo a Lewiston, nel Maine, ci sarà la rivincita. Un KO alla prima ripresa, con un colpo che nessuno vide.

Poco più di un minuto e mezzo per andare al tappeto con quello che è diventato famoso come il pugno fantasma, perché nessuno, né dal vivo né dai replay, è mai riuscito a vedere il colpo con il quale il campione aveva messo al tappeto lo sfidante. «That punch was like throwing corn flakes at a battle ship», «Quel pugno fu come un corn flakes scagliato contro una corazzata», parola di Joe Luis, mitico campione mondiale degli anni ’30 e ’40, soprannominato il bombardiere nero.  In poche parole una farsa che non fece che confermare l’ombra pesante della mafia […]

Ritratto di Muhammad Ali
Ritratto di Muhammad Ali

La foto di Neil Leifer

L’unica certezza di quella sera fu la storica foto scattata da Neil Leifer, che ritrae un Muhammad Ali imbufalito, che urla verso un Sonny Liston inerme a terra «alzati brutto orso siamo in televisione!» (fonte: https://www.iogiocopulito.it/ali-vs-liston-lombra-della-mafia-su-quel-pugno-fantasma/)

«Non fui immediatamente attratto da fotografare sport. Ero più interessato a fotografare le navi della Marina e gli aerei della Air Force e della Marina. Ero solito bigiare la scuola per fotografare portaerei e navi da guerra che entravano e uscivano dal Brooklyn Navy Yard, che attraversava l’East River dove vivevo. Volevo essere un pilota della Marina quando sono cresciuto.  Questa è stata la mia prima vera passione.» (fonte: http://bermangraphics.com/press/leifer.htm)

Neil Leifer e Muhammad Ali con l'immagine del KO
Neil Leifer e Muhammad Ali con l’immagine del KO

Alla fine, Leifer divenne un fotografo dello staff di Sports Illustrated, prima di lasciare nel 1978 per entrare nello staff della rivista Time. Nel 1988 è diventato fotografo collaboratore della rivista LIFE. Quando Leifer lasciò la Time Inc. nel 1990, le sue fotografie erano apparse su oltre 200 copertine di Sports Illustrated, Time e People. Neil Leifer è stato destinatario nel 2006 del prestigioso Premio Lucie per il conseguimento della fotografia sportiva. Nel 2008 è stato premiato per il suo eccezionale contributo al giornalismo di Time Inc. con il Britton Hadden Lifetime Achievement Award. (fonte: http://neilleifer.com/biography/)

«Scoprii all’inizio della stagione di football del 1958, che ogni domenica arrivavano dall’ospedale tre o quattro autobus carichi di veterani dell’esercito, la maggior parte dei quali erano su sedie a rotelle, per vedere i New York Giants giocare allo Yankee Stadium. Dal momento che non avevano mai abbastanza persone per spingerli, aspettavo che arrivassero gli autobus e mi offrivo volontario per aiutare, diventando presto una cosa normale. Ora ero in grado di guardare ogni partita lungo il muro di cinta, eravamo effettivamente sul campo proprio dietro la end zone del campo. Quando è diventato freddo alla fine della stagione, portavo una tazza di caffè alle guardie di sicurezza in disparte e guardavano dall’altra parte quando ho tirato fuori la mia Yashica Mat, «la Rolliflex di un poveruomo», e ho fatto qualche foto.»

1958 campionato NFL, La partita del secolo, fotografata da Neil Leifer
1958 campionato NFL, La partita del secolo, fotografata da Neil Leifer

Il più grande match mai giocato

«C’è un’immagine nel mio libro The Best of Leifer di Alan Ameche che segna il touchdown vincente in quello che è stato definito «il più grande match mai giocato». Fu la famosa morte improvvisa tra i Baltimore Colts e i New York Giants, che coincise per caso nel mio sedicesimo compleanno, il 28 dicembre 1958. […] Così sono finito esattamente dieci metri davanti ad Ameche quando ha segnato il touchdown vincente. Mi è venuto incontro e ho ottenuto quella foto, che oggi è sicuramente una delle mie foto più famose. Penso sempre che se avessi avuto soldi e attrezzature decenti, non avrei mai scattato quella foto perché, se avessi avuto una lente lunga, un 135mm o un 180mm, avrei provato a riempire il fotogramma con Ameche che correva per il touchdown vincente. Invece ho ottenuto il campo largo che riprende l’intero ambiente dello Yankee Stadium quel pomeriggio che è molto meglio di qualsiasi foto che avrei scattato anni dopo, quando ero un professionista affermato.» (fonte: http://bermangraphics.com/press/leifer.htm)

Neil sarà sotto il ring durante la rivincita del mondiale del 1965 contro Liston, quando però non si presentò all’appello Cassius Clay.

Immediatamente dopo aver conquistato la corona (1964), il pugile annunciò di essersi convertito all’Islam e di aver assunto il nome di Muhammad Ali. Da quell’istante cominciarono anche i suoi guai che culminarono nella chiamata alle armi nel 1966, dopo essere stato riformato quattro anni prima. Affermando di essere un «ministro della religione islamica» si definì «obiettore di coscienza», rifiutandosi di partire per il Vietnam («Nessun Vietcong mi ha mai chiamato negro», dichiarò alla stampa per giustificare la propria decisione) e venne condannato da una giuria composta di soli bianchi a cinque anni di reclusione. Proprio a causa di un episodio di razzismo il giovane pugile arriverà a gettare il proprio oro olimpico nelle acque del fiume Ohio (solo nel 1996 ad Atlanta il CIO gli riconsegnò una medaglia sostitutiva).

Uno dei momenti più brutti di Ali

Fu quello uno dei momenti più bui della vita del campione. Decise di ritirarsi e venne attaccato per il suo impegno nelle lotte condotte da Martin Luther King e Malcolm X. Poté tornare a combattere nel 1971 quando fu assolto grazie a una irregolarità nelle indagini svolte su di lui. (fonte: https://biografieonline.it/biografia-muhammad-ali)

In un’intervista Leifer confesserà uno dei segreti di un fotografo sportivo, uno dei motivi per i quali scattò la famosa immagine.

«Devi essere nel posto giusto. Un grande esempio è l’immagine di Liston-Ali. Il fotografo che vedi tra le gambe di Ali è Herbie Scharfman, l’altro fotografo di Sports Illustrated. Non faceva differenza quanto fosse bravo quella notte. Era ovviamente nel posto sbagliato. Quello che fa il bravo fotografo sportivo è quando succede e tu sei nel posto giusto, da non perdere. Che sia istintivo o se sia solo fortuna, non lo so.»

«La mia foto di Muhammad Ali e Sonny Liston non è stata nemmeno pubblicata sulla copertina della rivista all’inizio, quindi non è stata considerata una foto così grande quando l’ho scattata. Per qualsiasi motivo è cresciuta in popolarità come è cresciuta la reputazione e la statura e la leggenda di Ali. Penso che con le immagini sportive l’obiettivo sia piuttosto semplice. Siamo ancora giornalisti, girando per un news magazine come Sports Illustrated o Time o Newsweek. Sei lì per puntare alla stella della partita e speri in una foto memorabile. E non puoi sapere quando quell’immagine accadrà.»  (fonte: http://bermangraphics.com/press/leifer.htm)    

Ali torna campione del mondo

Muhammad Ali riuscì a tornare campione del mondo AMB solo nel 1974 mettendo al tappeto George Foreman a Kinshasa, in un incontro passato alla storia e a oggi ricordato sui manuali come uno dei più grandi eventi sportivi di sempre (celebrato fedelmente dal film-documentario Quando eravamo re). (fonte: https://biografieonline.it/biografia-muhammad-ali)

«Ali bomaye! Ali bomaye! Ali bomaye!». Il 30 ottobre 1974, allo Stade Tata Raphaël di Kinshasa, nell’allora Zaire, il pubblico ha già scelto per quale pugile fare il tifo e, per tutta la durata dell’incontro, non fa che ripetere quel coro: «Ali, uccidilo!»

Il match passerà alla storia come il «terremoto nella giungla» («A Rumble in the Jungle») e, soprattutto, per l’impresa di Muhammad Ali: l’unico, dopo Floyd Patterson, capace di riprendersi il titolo dei Pesi Massimi dopo averlo perduto.

«Lo manderò in pensione» dice Ali, «manderò in pensione il campione George Foreman», «la cosa farà più scalpore delle dimissioni di Nixon, vedrete!». (fonte: https://cultura.biografieonline.it/ali-foreman-quando-eravamo-re/)

Sul ring di Lewinston, Muhammad Ali urlava la sua superiorità sull’avversario al tappeto, ad Atlanta alza la fiamma al cielo, sotto un diluvio di flash dagli spalti e sembra lanciare con lo sguardo l’ultima sfida a un avversario paziente e implacabile: il tempo.

Emanuele Zanardini

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